Inauguro la prima pagina di questo blog con un tributo.
Un tributo a quello che reputo un grande maestro; uno di quei pochi e troppo rari grandi maestri.
Un tributo nutrito di stima e gratitudine, un tributo fatto di sintonia di sentire, ammirazione vera e smisurato affetto. Giorgio Rondelli. Chi si occupa di atletica conosce perfettamente questo nome.
I suoi atleti, con lui, hanno fatto la storia di questo sport negli ultimi cinquant’anni e molti di loro continuano a scriverne capitoli gloriosi.
Non è al prestigio tecnico però che qui si vuole rendere onore, ma all’uomo e alla sua passione.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere Giorgio ed ha amato come lui visceralmente l’atletica, non può che vibrare nel sentirlo parlare.
Io sono stata solo una veloce meteora nella sua esperienza di allenatore. Troppi kilometri di distanza, troppo timore da parte mia ad affidarmi all’ambizione dei suoi traguardi o forse semplicemente solo il momento sbagliato, mi hanno portato rapidamente ad abdicare preferendo porti più miti. Però l’occasione di mantenere un rapporto di confronto ed amicizia con lui, non me la sono lasciata scappare.
Giorgio, come tutti i maestri più carismatici, lo si odia o lo si ama. Con lui il confronto diventa facilmente scontro, proprio perché non ci possono essere mezze misure.
Lui ha una personalità ingombrante, certamente poco incline alla mediazione o alle mezze misure. Nel rapporto con i suoi atleti è un titano; un fiume in piena refrattario agli argini. Giorgio non lo si può prendere a dosi, con lui c’è il tutto o il niente.
Giorgio non lo si addomestica, non lo si plasma, non lo si contiene.
Mi è capitato di sentirlo al telefono un paio di volte nell’ultima settimana, per parlare di alcuni dei suoi atleti e dei suoi progetti preolimpici. Nell’ascoltarlo, come ogni volta, non ho potuto che invidiare quei ragazzi che hanno un rapporto quotidiano con lui sul campo e che possono farsi spugne assorbendone l’energia e l’esperienza.
Da Giorgio si può imparare esattamente come migliorare la soglia aerobica, come impostare un lavoro di resistenza lattacida, come potenziare adduttori ed abduttori in palestra e così via. Ma chi lo sa capire veramente ed essenzialmente, da lui può imparare altro. Può imparare cosa significa la dedizione ad una passione, può imparare quanto la disciplina mentale sia fondamentale nel raggiungimento di un risultato, quanto la determinazione e la fame possano essere muro netto ed invalicabile nella distinzione tra un campione e un buon atleta.
Da lui si può imparare a diventare atleta, ma ancor più a diventare uomini.
Già perché di maestri come lui oggi c’è proprio un gran bisogno, sui campi di atletica e fuori da quelli.
Un tributo nutrito di stima e gratitudine, un tributo fatto di sintonia di sentire, ammirazione vera e smisurato affetto. Giorgio Rondelli. Chi si occupa di atletica conosce perfettamente questo nome.
I suoi atleti, con lui, hanno fatto la storia di questo sport negli ultimi cinquant’anni e molti di loro continuano a scriverne capitoli gloriosi.
Non è al prestigio tecnico però che qui si vuole rendere onore, ma all’uomo e alla sua passione.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere Giorgio ed ha amato come lui visceralmente l’atletica, non può che vibrare nel sentirlo parlare.
Io sono stata solo una veloce meteora nella sua esperienza di allenatore. Troppi kilometri di distanza, troppo timore da parte mia ad affidarmi all’ambizione dei suoi traguardi o forse semplicemente solo il momento sbagliato, mi hanno portato rapidamente ad abdicare preferendo porti più miti. Però l’occasione di mantenere un rapporto di confronto ed amicizia con lui, non me la sono lasciata scappare.
Giorgio, come tutti i maestri più carismatici, lo si odia o lo si ama. Con lui il confronto diventa facilmente scontro, proprio perché non ci possono essere mezze misure.
Lui ha una personalità ingombrante, certamente poco incline alla mediazione o alle mezze misure. Nel rapporto con i suoi atleti è un titano; un fiume in piena refrattario agli argini. Giorgio non lo si può prendere a dosi, con lui c’è il tutto o il niente.
Giorgio non lo si addomestica, non lo si plasma, non lo si contiene.
Mi è capitato di sentirlo al telefono un paio di volte nell’ultima settimana, per parlare di alcuni dei suoi atleti e dei suoi progetti preolimpici. Nell’ascoltarlo, come ogni volta, non ho potuto che invidiare quei ragazzi che hanno un rapporto quotidiano con lui sul campo e che possono farsi spugne assorbendone l’energia e l’esperienza.
Da Giorgio si può imparare esattamente come migliorare la soglia aerobica, come impostare un lavoro di resistenza lattacida, come potenziare adduttori ed abduttori in palestra e così via. Ma chi lo sa capire veramente ed essenzialmente, da lui può imparare altro. Può imparare cosa significa la dedizione ad una passione, può imparare quanto la disciplina mentale sia fondamentale nel raggiungimento di un risultato, quanto la determinazione e la fame possano essere muro netto ed invalicabile nella distinzione tra un campione e un buon atleta.
Da lui si può imparare a diventare atleta, ma ancor più a diventare uomini.
Già perché di maestri come lui oggi c’è proprio un gran bisogno, sui campi di atletica e fuori da quelli.
Grandissmo maestro.
